Invenzione della memoria

di Federico Pedroni

Still Here: stravolgere le coordinate dello spazio e del tempo

Il mare, una barca, uomini che remano, una vela rattoppata, delle palme sferzate dal vento. Un bianco e nero antico, immagini segnate dal tempo. Improvvisamente il colore, una patina digitale, un angolo di città: palazzi, traffico, rumori e luci. Still Here di Suranga Katugampala si apre così, con un confronto di tempi e spazi, segnando sin dalla prima sequenza il solco che ci accompagnerà per tutto il film. La narrazione di Still Here – liquida, inafferrabile, impalpabile eppure precisissima – si fa continuamente forza di questi contrasti, di queste antinomie. Milano e lo Sri Lanka, uomini e cose, passato e presente si parlano e si scambiano, si costruiscono ponti e si aprono dialoghi, in un interscambio culturale che è anche emotivo, umano. L’utilizzo del materiale di archivio – che siano vecchi repertori o frammenti apparentemente decontestualizzati di film pornografici (in cui però la sensualità è assente, quasi a ricomporre altri possibili significati) – è proprio lo strumento che serve per riflettere, con senso nuovo, il fluire della storia. È uno specchio, allo stesso tempo misterioso e chiarissimo, che dona luce nuova al presente. Il caso più eclatante, in Still Here, è quello di un misconosciuto film pornografico italiano, girato da uno dei pionieri del genere, Joe D’Amato, pseudonimo del regista romano Aristide Massaccesi. Lolita: adolescenza perversa è un film del 1997, uno dei tanti nella sterminata filmografia di D’Amato, capace di spaziare e ibridare – anche lui, a suo modo – generi e suggestioni e di realizzare, in ruoli differenti, oltre 400 film. Katugampala ha intercettato questa pellicola in un cinema di Colombo, in Sri Lanka, rimontata per adeguarla alle esigenze di un pubblico differente e rinominata Natalik’s Love. Nelle parole di Katugampala “il fatto che un film italiano di serie B sia arrivato in un cinema porno in Sri Lanka è per me indice di sottoboschi e connessioni cinematografiche inesplorati”. È un tipico caso in cui il cinema è cosa diversa dal singolo film, dal significato primario delle immagini. Un film è in fondo un’opera mai compiuta, in continuo movimento, potenziale stimolo per ogni singolo occhio destinato a vederlo, ad assorbirlo, a digerirlo. Aggiunge ancora Katugampala: “in questo viaggio i film vengono violati, violentati, tagliati, ritoccati, rivisti, reinventati. Azioni che trovo davvero interessanti. Il film entra "in un'altra galassia", viene trasformato in altro da uomini e donne di cinema assurdi (agenti, proprietari improbabili di sale cinematografiche, autori secondari e così via)”. Come si vede il discorso va oltre il ragionamento strettamente filmico – o estetico – per trasformarsi in una riflessione più ampia sul linguaggio e sulla peculiarità del “segno” cinematografico. In Still Here vediamo un frammento di Natalik’s Love – assente dalla versione reperibile in occidente e chissà come recuperato in quella cingalese – in cui la protagonista guarda il finale di Anna Karenina di Clarence Brown. Il cortocircuito semantico è evidente, quasi eclatante: assistiamo a una scena non esplicita di un film pornografico in cui la divina Garbo incarna uno dei personaggi fondanti della cultura contemporanea. Gli sguardi obliqui si moltiplicano e si frantumano: la protagonista di Still Here guarda la protagonista della Lolita di D’Amato che a sua volta guarda Anna Karenina. Una triangolazione che arricchisce di senso la solitudine delle tre donne, che ne amplifica le assonanze, apparentemente impossibili. Il tutto inserito in una cornice che tende a sgretolare le separazioni spazio-temporali, ondeggiando tra Milano e l’Asia, tra passato, presente e futuro ipotetico. Il risultato è quindi non mera citazione bensì costruzione di un linguaggio e un senso “altro”, capace di sintetizzare voci differenti per crearne una nuova. Katigampala utilizza questo dispositivo per creare risonanze impossibili, spingendo lo spettatore a un atteggiamento attivo, quasi di riscrittura semantica. È su questa continua generazione di approcci imprevisti che – in maniera imprevedibile – Still Here ci appare come un film in perenne divenire.

Il materiale e l’immaginario: uso e riscrittura dei materiali d’archivio nel documentario

Il cinema documentario o, come definito recentemente con maggior precisione, il “cinema del reale” si confronta da sempre con questa metodologia narrativa. Si può quasi dire che il cinema documentario nasca come elaborazione del tutto personale di una qualche forma di materiale di archivio. È il cinema nel suo farsi, il gettare uno sguardo epistemologico alla realtà che in ogni modo tende a trasformarsi, ad assumere forme e contenuti non necessariamente prevedibili. Nel suo bellissimo Storia del documentario italiano, Marco Bertozzi [...]


Maggiori informazioni sul libro (eng)

Acquista libro